I Centri raccolta profughi

  Il CLNI, dunque, tentò di mantenere il più possibile uniti i profughi in un territorio affine quello d’origine. Tuttavia, questo accorgimento riguardava principalmente gli esuli dalla Zona B, che si mossero dal ’53, mentre coloro che si mossero in precedenza dovettero spostarsi maggiormente sulla penisola, giungendo in alcuni casi agli antipodi (ad esempio sino in Sicilia o in Sardegna, dove sorse, nei pressi di Alghero, una nutrita comunità di esuli). In ogni caso, la prima accoglienza venne data dai diversi campi di accoglienza. I giuliano-dalmati si trovarono spesso a dividere le stesse strutture con i profughi dalle colonie, rimpatriati a seguito della guerra, il cui accoglimento e successivo inserimento venne a costituire una nuova difficoltà.

  I campi, definiti Centri raccolta profughi (CRP), in numero di centoventi su tutto il territorio nazionale, furono ricavati da caserme, ex campi di addestramento militari o della Gioventù del Littorio, stabilimenti industriali dimessi, scuole, chiese o conventi, persino istituti psichiatrici ormai in disuso. Li accomunava le condizioni di estremo disagio, causate dalla promiscuità, non di rado il sovraffollamento, e la sensazione di essere dei reclusi più che degli assistiti. In questo senso le testimonianze sono concordi e contribuiscono a mantenere un triste ricordo di questi centri di accoglienza temporanei, talvolta definiti «un insulto al genere umano» [Raoul Pupo, Il lungo esodo, p. 209]. La struttura dei campi era simile: ampie camerate, divise da pagliericci o coperte, a delimitare lo spazio riservato a ciascuna famiglia, con giacigli di paglia o foglie secche di granoturco, servizi igienici in comune non sempre funzionanti, distribuzione di pasti molto economici e di non eccelsa qualità.

  Gli sfollati non erano indirizzati direttamente nelle regioni ospiti, ma seguivano un percorso in buona parte identico, su cui concordano le testimonianze, che prevedeva un primo smistamento a Trieste, seguito da un secondo in genere nel Veneto e infine la destinazione verso le diverse regioni della penisola. È bene ricordare come i profughi non fossero costretti alla residenza entro la regione scelta, né all’interno del campo, ma l’abbandono dello stesso avrebbe significato la perdita del sussidio e di quella seppur minima fonte di sostentamento.

   La permanenza era accordata per diciotto mesi per ciascun nucleo familiare, termine entro il quale si augurava il capofamiglia avesse trovato occupazione e modo di divenire autosufficiente, tuttavia si contano diverse proroghe alla data di abbandono.

  Nel triestino, il numero maggiore di campi fu realizzato sul cosiddetto altipiano, alle spalle della città, nelle concentrazioni di Padriciano, Villa Opicina, Prosecco, etc. In città stava Campo Marzio, il famigerato Silos e la Casa del migrante (ex caserma della polizia). Fuori città, gli alloggi di San Sabba. Il numero dei rifugiati qui oscillò tra gli 8.000 e i 12.000.

  Dei campi situati in altre zone d’Italia, ricordo nel Lazio, in cui furono recuperate strutture di epoca fascista e, parimenti con il caso di Alghero in Sardegna, rimpinguate le città sorte come colonie pontine. Ad esempio, la città di Latina, la quale accolse numerosi degli esuli da Pola: alla sistemazione iniziale, costituita da un ex caserma di fanteria, seguì una migliore con la creazione del Villaggio Trieste (ultimato nel 1955), la cui disposizione definitiva, (divenendo un autentico quartiere e perdendo la connotazione da campo profughi) avvenne negli anni Settanta ed è oggi integrato nell’impianto urbanistico. Sempre in regione, Sabaudia, Civitavecchia, Farfa, Alatri (il cui centro di accoglienza ‘Le Fraschette’ rimase in funzione sino al 1971, in funzione anche per i coloni rimpatriati dall’Africa), Frosinone e la capitale, dove venne realizzato il Quartiere giuliano dalmata di Roma. Qui trovarono alloggio circa 2000 dei 5.500 che si insediarono nei Lazio. I lavori di costruzione cominciarono il 7 novembre 1948, dove sorgeva il villaggio operaio, ormai fatiscente, edificato nel corso della realizzazione dell’Eur, per iniziativa dell’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati. Artefice principale fu Oscar Sinigaglia, presidente della Fisinder, Consigliere d’amministrazione dell’Iri e figura di spicco della ricostruzione nonché degli italiani d’Istria. Egli, insieme alla moglie Marcella Mayer, contribuì con 25 milioni per l’edificazione, all’interno del villaggio, di due istituti scolastici (Casa della bambina giuliano-dalmata). Il villaggio giuliano ebbe nuove fasi di ampliamento nel 1957, nel 1962 e nel 1967. Al suo interno, oltre che le abitazioni, furono progettati 18 negozi, 11 servizi commerciali e 9 attività artigianali, da distribuire tra i profughi, su uno spazio urbanistico pianificato di 54 chilometri quadrati [Marino Micich, I giuliano-dalmati a Roma e nel Lazio, p. 67 ].

  Si delinea così una caratteristica dei vari ‘borghi’ istriani che sorgeranno in Italia: il tentativo di dare una fisionomia autosufficiente, con strutture commerciali oltre che abitative.

  La politica dei blocchi, ovvero strutture abitative di nuova costruzione, specificamente rivolti agli esuli, prese piede nel corso degli anni Cinquanta, godendo della ripresa economica, nei principali centri urbani della penisola, formando spesso nuovi quartieri che, seppur nati in zone periferiche o comunque decentrate, oggi appaiono perfettamente inseriti al restante abitato. Così, i nascenti ‘villaggi’ istriani, giuliani, friulani o triestini che fossero detti, diedero vita a piccole comunità che, seppur integrate al contesto, seppero mantenere il proprio senso d’appartenenza. Importante è indicare come non si ebbe la nascita di quartieri ghetto, né di condizioni sfavorevoli, negli anni successivi il non semplice inserimento.

  Altri luoghi di accoglienza furono Gaeta e l’isola di Ponza, in Campania, dove si ebbe il reinserimento di alcuni coloni inviati in Istria nel corso del Ventennio.

Numerosi i campi di accoglienza in Piemonte, tra le province di Torino, Alessandria, Asti e Cuneo, con campi per lo più ricavati da ex caserme o casermette.

In Sardegna si ebbe la sistemazione in Fertilia, presso Alghero, fondata come colonia del Ventennio e mai completata, i cui circa seicento dei mille profughi che si stabilirono sull’isola ne fecero un ridente borgo. Altre località particolarmente interessate furono la costa toscana, tra Massa Carrara e Calambrone, la riviera campana e i principali capoluoghi d’Italia. 

  Interessante è il caso della proposta, poi rivelatasi irrealizzabile, dell’edificazione di una ‘Nuova Pola’, la quale avrebbe accolto gli sfollati da quella città, ricostruita alla perfezione per mantenere unita la comunità polese. Tra le varie proposte sul luogo in cui edificare, comparvero la Sardegna, la pianura pontina e il Trentino Alto Adige. In definitiva si rivelò una speranza, se non una favola, della povera gente, irrealizzabile per necessità economiche e impegno politico.

Testimonianze della vita nei campi profughi.

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